... quando ho accompagnato
l’amica Alda Merini a Messina per ricevere la laurea honoris causa che
insieme al Preside Antonino Pennisi siamo riusciti a farle ottenere.
Sembrava una operazione
impossibile. Passai tre giorni a Milano tra il mio albergo e casa di
Alda.
Appena usciti dall’aereo Alda
ebbe un brivido sotto i colpi di un vento impetuoso. E in macchina
proruppe in un pianto struggente. Era lontana dalla sua casa e dalla sua
quotidianità.
Io cercavo di consolarla:
“Cara Alda, che grande persona che sei! Devi essere contenta. Sei nella
terra di Quasimodo e qui riceverai l’onore più grande della tua
carriera. Noi siciliani ci teniamo tanto”.
Alda mi rispose: “Mi parli
di Quasimodo e dei miei amici scrittori come se li avessi conosciuti”.
Poi mi chiese l’età e mi apostrofò nervosa e ironica: “Io a
trent’anni ero già in manicomio e tu invece sei ancora per strada”.
In realtà era una frase piena di sottotesti. Per Alda il manicomio era
stata una scuola di formazione e anche una sorta di sigillo alla sua
genialità e singolarità.
Nel discorso di accettazione
spiegò lei non riteneva scollegate il compimento della sua arte dalla
sua vicenda di internata. E finì dicendo: “Se il manicomio ha
premiato la mia parte malata, oggi l’Università ha premiato la mia parte
sana”.
Di certo il genio di Alda Merini
non aveva bisogno della conferma e del suggello della laurea honoris
causa. Ma, come ha riconosciuto più volte, nessuna istituzione
accademica italiana le aveva dato un adeguato riconoscimento ed era vero
che era dovuta venire in terra siciliana, e non a Milano, per essere
celebrata e omaggiata dal mondo universitario.
Espressione
di questa attenzione tutta siciliana alla poetessa dei Navigli è
Giuseppe La Delfa. Oggi è come se Alda me lo ripresentasse non
solo come il suo grande fan siciliano, ma nella sua essenza peculiare di
uomo e di poeta. Lei conferma la mia impressione su colui che è davvero
“persona eletta”, dai
sentimenti alti, capace di delicate accensioni creative.
La Delfa non appartiene alla
folta schiera di poeti che fanno versi improbabili senza avere nessuna
frequentazione o familiarità con i testi della tradizione. Egli è uomo
di diffusa erudizione, capace di eleggere con uno speciale istinto i
suoi autori priviliegiati.
Spesso la letteratura è il
risultato festoso di una lotta fra Titani: la Cultura e il Sentimento.
Spesso questi si fronteggiano, si aggirano, si logorano a vicenda.
Qualcuno pensa che l’uno debba per forza prevalere sull’altra o
viceversa.
In La Delfa questa guerra si
trasforma in idillio. Nella poesia Etna il tumulto del fuoco e
delle scintille fa la terra fertile. La sabbia nera luccica. I fiori di
ginestra sorridono. E un venticello di primavera spira sereno.
Quello stesso vento che anima la
poesia alla Principessa di Ripa di Porta Ticinese che si chiude
con un sospiro: “Domani ti rivedrò ancora?”. Questo libro
è animato da un fanciullesco afflato di affiliazione e di fraternità con
gli uomini eletti. Un bisogno sostanziale di accomunarsi al fluire di
uno spirito elevato negli uomini.
Mi sono commosso leggendo la
poesia dedicata a Ignazio Buttitta. Comincia con Gnaziu il
modo in cui gli amici si rivolgevano confidenzialmente al poeta di
Bagheria. Nella mia mente è echeggiata la voce della moglie Angelina.
Una sera mio padre Rosario portò il suo figliolo di 8 anni nella villa
di Aspra. Ci trattenemmo a cena. Angelina preparò del riso col sugo. Mio
padre proveniva dal mondo cattolico, era stato collaboratore di Raimondo
Manzini, primo direttore dell’Osservatore Romano. Buttitta brontolava
contro quella cultura. Se la prendeva anche con Angelina, la cui
devozione era consapevole e verace. Ad un certo punto il discorso cadde
sul comunismo, sul lavoro, sull’esistenza di Dio. Angelina gli diceva di
non esagerare troppo. Lui era duro e non riconosceva spiragli e
probabilità. Io mi ero accorto che alcune sentenze di Ignazio non mi
convincevano dal punto di vista della razionalità del discorso. Osai
intervenire. Ne nacque una disputa seria, condotta sul filo di
argomentazioni filosofiche e appassionate. Angelina era meravigliata di
come un piccolo esserino di 8 anni tenesse testa al marito così
alacremente. E diceva: “Bravu, bravu diccillu tu. Ganzzù! Gnazzù!
Ascuta u picciriddu. Avi raggiuni”. Ignazio mi trattò da pari. Né
in alcun momento sollevò come argomento il fatto che io ero un
fanciullo, anche abbastanza cocciuto, convinto della propria forza
dialettica. Quando seppi che era morto andai a Bagheria nella camera
ardente allestita al Comune di Bagheria. Salutai la sorella. Ricordai
con lei il rapporto tra suo padre e il mio primo maestro accademico
Tullio De Mauro.
La Delfa mi ha fatto rivivere
queste esperienze. “Domani ti rivedrò ancora?”. Certo.
Perché questi uomini vivono nella esemplarità della loro vita e della
loro opera.
E così capita che io riveda
Buttitta grazie a La Delfa e mi ricordi che non posso separare la forza
e il carattere del poeta bagherese dalla tenerezza e della schiettezza
della moglie Angelina.
Forza e tenerezza di cui è
intrisa la sua poesia.
Andrea Velardi
Docente Linguistica
e Psicologia Cognitiva presso l’Università degli Studi di Messina
Spontanea l’Arte poetica di Giuseppe La Delfa, è
concepita da uno modo di essere naturale d’intimità quasi “mistica”
con la realtà percepita e in questa profondità trasvola l’infinito.
Sorretta dalla fiducia nell’esistenza dei valori eterni, si apre
alla Vita e rivendica con semplicità di linguaggio la bellezza della
libertà espressiva. Le emozioni rappresentano l’elemento trainante
per le riflessioni che suoi versi trasfondono. L’Artista presenta
con abile finezza: la compassione, la fede, l’Amore e addita
l’inganno e il mal costume. Il suo vernacolo ricalca la peculiarità
tipica della gente di Sicilia: incide i dolori e la profondità
dell’anima, comunicando empaty armonia, umore e anche comicità,
rendendolo così senza tempo.
Eleonora Ruffo Giordani
ERICE (Trapani) 26/02/2009
Scrivere di Pippo La Delfa, significa andarsi ad infilare in un viluppo
di iniziative, progetti, realtà, nel movimento di una personalità che
ignora stasi e relax, anzi che, a metterlo in queste condizioni, va in
crisi!
Pippo, si deve muovere, deve andare di qua e di là, telefonare a Tizio,
mettersi d’accordo con Caio, organizzare una o mille manifestazioni,
darsi da fare senza tregua, senza troppo tenere da conto se stesso, la
sua salute, il calare del suo peso, il sonno che si fa pochino…
Come se non bastasse, studia, con solerzia, il grembiulino nero, un
fiocco speciale per gli allievi speciali ed eccolo all’università!
E scrive, scrive, scrive… con amore per la sua terra, la nostra terra,
fa ricerche storiche, linguistiche, folkloristiche, pubblica i suoi
elaborati, li fa pervenire ai più illustri esponenti della cultura
nazionale e extranazionale, ne ottiene un rientro di consensi che,
partendo da lui e dal suo lavoro, si riverberano in tutti i siciliani
che alla loro terra sono intimamente legati.
Intrattiene rapporti con i più grandi nomi dell’establishment culturale
dei nostri giorni, una affettuosa dimestichezza con la grande Alda
Merini, di cui ha recentemente caldeggiato la laurea “honoris causa”,
ottenuta con successo e ricevuta con grande emozione da parte della
insigne poetessa.
Insomma, sintetizzando al massimo, avendo a che fare con Pippo conviene
fornirsi di un robusto fermo che impedisca alla testa di mettersi a
girare vertiginosamente e di gambe robuste che lo possano seguire nei
suoi spostamenti, impegni, manifestazioni, andirivieni….
Ho voluto usare un piglio scherzoso, poiché sono certa che lo
apprezzerà, ma ciò non mi esime da doveroso quanto gradito compito di
analizzarne le peculiarità e il peso culturale che riveste e che,
ampiamente, merita.
Poeta, scrittore, giornalista, commediografo, persino attore, questo
minuto ennese-siracusano non cessa di sorprendere anche con una “verve”
che i molti intoppi regalatigli dalla vita, non sono riusciti a
cancellare.
L’ultima sua fatica, dal chilometrico titolo, che mi perdonerà se non
ripeto papale papale, compendia un lungo e certosino lavoro di raccolta
amorosa e attenta, di quanto rimane ancora vivo delle antiche tradizioni
sicule, ottenuto controllando e vagliando documenti scritti o raccolti
dalla viva voce degli anziani e di studiosi.
Nenie, filastrocche, scioglilingua, proverbi, manifestazioni in onore di
questo o quel santo patrono, che spaziano per tutte le nove provincie
della nostra isola e, spesso, si avvicinano nelle loro articolazioni a
dimostrazione di una radice comune che unisce un siciliano all’altro al
di fuori da sciocchi campanilismi.
Onore, dunque a Pippo La Delfa, che non ha mai perso, né mai perderà un
grammo di quella grande passione che lo lega indissolubilmente alla sua
origine, di cui va fiero, come fieri dovremmo andare tutti noi.
Certo, è necessario non considerare quest’opera come opera di poesia ,
in essa, infatti, la poesia sta essenzialmente proprio in questo amore e
non nel verso o nella purezza o meno delle frasi, nella precisione
ortografica o nella coerenza lessicale.
Per questo ci sono e ci saranno altre occasioni che, personalmente, gli
auguro, intanto godiamoci questo bel ritratto della nostra terra,
ascoltiamone la musica interiore, lasciamoci conquistare dal suo
fascino, abbandoniamoci alle sue suggestioni.
Grazie Pippo.
Flora Restivo
dalle
Nenie alla Ninne Nanne
Giuseppe La Delfa, Assoro EN 1944, instancabile spirito poliedrico,
poeta (amico personale ed ammiratore di Alda Merini, per la quale nel
corso dell’anno 2008 si è fatto promotore del conferimento presso
l’Università di Messina della laurea ad honorem), scrittore,
drammaturgo, autore e regista di testi teatrali, giornalista (direttore,
fra l’altro, del periodico Catania Nostra), Cavaliere del Santo
Sepolcro, Ministro per le attività interprovinciali dell’A.N.PO.S.D.I.,
Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali d’Italia, per la
Regione Sicilia ed altro ancora, mi ha generosamente omaggiato della sua
ennesima pubblicazione.
Pubblicazione, peraltro senza il prezzo <i cui proventi in parte
andranno ai veri poveri e bisognosi>, che riporta la dedica di Maurizio
Cucchi del 13 Giugno 1998 il quale, del lavoro del Nostro, felicemente
mette in risalto il <legame culturale e affettivo con le proprie radici
e con la sapienza popolare>, nonché, in quarta di copertina, una dedica,
datata 3 Gennaio 1996 della quale Giuseppe La Delfa ha motivo di essere
ben orgoglioso, di Ignazio Buttitta, poeta tra i più noti a livello
planetario, che testualmente recita: <La Delfa resterà come un genio nel
mondo>.
Ciò detto e scontato che il dialetto siciliano è il registro espressivo
di Giuseppe La Delfa, ci troviamo di fronte a un volume che raccoglie
nenie, canti, preghiere, invocazioni, orazioni, proverbi tradotti in
cinque lingue, aforismi, miniminagghie (indovinelli), scioglilingua,
motti, detti e ninne nanne.
Di ieri e di oggi, di moltissime località della Sicilia – da Leonforte
ad Alcamo, da Solarino a Naro, da Nicosia a Monreale, da Modica a
Ribera, eccetera eccetera – frutto di faticose, certosine ricerche cui
hanno altresì contribuito, oltre ai numerosi e qualificati suoi
collaboratori, <tante vecchiette che, con la loro candida vocina e la
dolcezza d’animo, hanno travasato a me il loro patrimonio orale
custodito da numerosi lustri.>
Nicola Garozzo, nella sua presentazione, scrive di <un patrimonio della
cultura popolare, un lodevole tentativo per conservare, a futura
memoria, spaccati di un’epoca che risale al medioevo>, di testi in cui
<la “lingua” siciliana la fa da padrona, ma i diversi “dialetti” locali
rendono spesso “nuovi”, nel significato oltre che nel contenuto>; e
Mauro Longo, a sua volta, asserisce che Giuseppe La Delfa <sfrutta i
proverbi per farsi capire immediatamente: li sforna dal patrimonio
antropologico siciliano, perché li riconosce utili quando la parlata
deve essere tradizionale.>
Delineati il personaggio, i luoghi, le peculiarità, e tuttavia
invitandovi a soffermarvi più ampiamente sull’opera, desideriamo, in
chiusura, brevemente segnalarvi alcune perle tra i proverbi, gli
indovinelli, gli scioglilingua che Giuseppe La Delfa, <su sollecitazione
dei miei cento lettori diventati esigenti> e con <l’inserimento di
considerazioni filosofiche adeguate all’argomento>, ha voluto
raccogliere e offrirci:
‘U superchiu rumpi ‘u cuperchiu, O’ muru vasciu s’appoggianu tutti, C’è
cu voli ‘a vutti china e ‘a mugghieri ‘mbriaca, Cu addiventa poviru,
perdi tutti l’amici, Tira chiossai ‘n pilu di fimmina ca ‘na parigghia
di voi, È tunnu e non è munnu / è russu e non è focu, / è virdi e è erva,
/ è acqua e non si bivi. (Il melone), Jancu lu tirrinu / niura la
semenza / l’omu ca simina sempri penza. (La scrittura), Sugnu esposta ad
acqua e ventu, / sugnu ‘ntisa e non mi sentu, / vucca ranni, labbra
storti, / chiamu ‘i vivi e chianciu ‘i morti. (La campana), Apru lu
stipu e pigghia lu spicchiu, / posa lu spicchiu e chiudi lu stipu, Sutta
a ‘n palazzu / c’è ‘n cani pazzu; / tè pazzu cani / ‘stu pezzu di pani.
Marco
Scalabrino
Novembre
2008
Lettera di Giorgio Barberi Squarotti a Pippo La Delfa:
Torino ,15 novembre 2007
Caro La Delfa,
ho letto con molta partecipazione e piacere i
suoi " Tipi siciliani" , così singolari e originali,colti con
sapienza, eleganza e arguzia. Grazie, di cuore!
Sono stato lieto dell'incontro di Leonforte .
Con i più vivi auguri e saluti;
Giorgio Barberi
Squarotti
Lettere di Gaetano Quinci a Pippo La Delfa:
" Caro Giuseppe,
grazie dal profondo del cuore per avermi dato il piacere d'immergermi
nei fondali dell'anima siciliana. Questo tuo libro di nenie, canti,
preghiere, invocazione ecc. fa riscoprire, in modo semplice e naturale,
l'intimità della vera Sicilia, quella che prega, riflette, spera ma
soprattutto ama, di quell'amore saggio, sincero, razionale che fa di
ogni giorno un traguardo, di ogni sentimento un simbolo, di ogni
significato una fede.
Non c'è nenia, canto, preghiera o invocazione che non bussi con
insistenza al cuore del lettore (siciliano in particolare) e non lo
faccia fremere, trepidare, soffrire e lievitare al suono di quei versi
spontanei ma sanguinanti, antichi ma sempre nuovi, popolari ma così
nobili, lungimiranti, balsamici.
La voce del passato, del nostro passato, è così limpida, suggestiva,
folgorante che ogni espressione poetica del momento, di questo nostro
presente caotico e dispersivo, impallidisce al confronto. E' proprio
vero: "Rifarsi alle proprie radici è come rinascere".
Questo tuo libro è una testimonianza di poesia e di folclore, di
saggezza e di spiritualità, ed è tanto prezioso quanto più riesce a
farci capire chi siamo, dove siamo diretti, da dove veniamo e quale
sconfinatezza ci attende al di là di ogni orizzonte umano, di ogni
parvenza, di ogni illusione. Alla luce del nostro ieri, anche il nostro
oggi si rinnova, si evolve, si perfeziona, se abbiamo il coraggio di
credere, la forza di lottare, la consapevolezza di esistere.
Libri di resoconto e di crescita come questo tuo, dovrebbero circolare
come l'aria, affinchè tutti possano respirare la salubrità, coglierne
l'essenza, portarne in petto i valori, diffonderne gli ideali. Aveva
ragione da vendere il compianto Mario Gori quando affermava che la
poesia popolare siciliana è un mondo senza tempo e senza limiti, è
l'uomo fatto parola, verità, saggezza. Ma è anche un'accurata
ripetizione delle nostre esperienze e dei nostri fervori, è una maniera
di sentirci vivi nel tempo, una misura per definire la nostra umanità,
un messaggio d'amore e di dolore che ogni creatura umana lancia alla
vita con l'illusione di dire "no" alla morte.
Quante bellezze nascoste si perpetuano in ogni detto, in ogni lamento,
in ogni espressione poetica popolare: c'è l'anima più che l'uomo, c'è il
cuore più che il cervello, c'è l'eternità più che la vita.
Ancora "grazie", caro Giuseppe e tanti, tanti auguri di ogni bene e
successo, unitamente ad un fraterno abbraccio.
Gaetano Quinci
Impruneta 1-6-2008"
Nenie, canti popolari, preghiere, invocazioni, scioglilingua,
filastrocche, proverbi siciliani (tradotti in cinque lingue), ninne
nanne, indovinelli, aforismi.
Questo ed altro ancora ,
ci offre la nuova pubblicazione ( finita di stampare nel Marzo 2008
dalla Kromatografica- Ispica) di Giuseppe La Delfa, che fresca di stampa
si presenta a noi lettori in un ottimo connubio di forma e contenuto.
Davvero buona è infatti la veste tipografica curata nei minimi
particolari ed estremamente lodevoli sono la quantità e la qualità dei
contenuti, frutto di ricerche certosine svolte dall’autore e dai suoi
preziosi collaboratori.
Le nenie, gli indovinelli, i canti popolari ecc… sono un’ affascinante
espressione di memoria storica, religiosa, letteraria e poetica di un
popolo.
Ritengo sia estremamente importante affinché
non si perda il fondamentale legame con le nostre radici, soprattutto
per noi giovani -siciliani nella fattispecie- poter disporre di
strumenti come questo valido volume dove sono racchiusi suoni e
tradizioni popolari - inizialmente trasmessi oralmente da padre in
figlio- che adesso come allora continuano ad affascinare, regalandoci un
“je ne sais quoi” di cadenze millenarie ed echi di sicure reminescenze
arabe, normanne, romane, bizantine… proprio perché ogni popolo
conquistatore di questa nostra splendida Sicilia, madre e culla di
poesia, ha lasciato un segno indelebile nei nostri canti, nei riti di
molte feste e via dicendo.
Pippo La Delfa ci presenta dunque con questa raccolta frutto di
sacrificio e tanta passione, un importante patrimonio della cultura
popolare siciliana che a livello di significato e per valore
contenutistico non ha pari in nessuna parte del mondo, non perché i
proverbi, gli indovinelli, le preghiere, le invocazioni, le ninne nanne
o i canti popolari siciliani siano più belli in assoluto ma poiché essi
sono esclusiva e profonda espressione di un popolo geniale e artistico
quale il nostro popolo siciliano.
Ad impreziosire il volume alcune fotografie che ritraggono l’autore con
importanti esponenti della cultura siciliana, un nome tra tutti quello
di Ignazio Buttitta.
Grotte (AG) 23 Giugno
2008
Gero Miceli
" Caro Giuseppe,
ti mando , in allegato , una copia dei miei
"Drammi umani", da consegnare a quell'amico regista di cui mi hai
parlato per telefono. Ho appena finito di leggere il tuo"teatro
siciliano" e vi ho trovato il cuore, la mente, l'anima della nostra
isola: c'è quel dire e non dire della nostra gente, quel piglio deciso e
sofferto del nostro riflettere, quel fare sornione e pacato di certe
allusioni legate a proverbi popolari che celano saggezza e verità di
ogni tempo. Il fascino, poi , e la incisività del nostro dialetto fanno
il resto , conferendo all'opera una spontaneità e un equilibrio che
lasciano il segno. Credimi, rimpiango di avere smesso di scrivere in
vernacolo siciliano: ho perso una grande occasione per raccontarmi e
raccontare l'amore, la vita, le mille vicissitudini umane con la
naturalezza di un linguaggio che colora tutto, che supera i limiti del
provvisorio e del consueto. Grazie per il piacere che ho provato nel
leggerti! Ti auguro tutto il bene che meriti e ti saluto con un
fraterno abbraccio.
Gaetano Quinci
Impruneta 16-5-2008"
"Caro Giuseppe,
innanzitutto diamoci del tu: tra gente
che usa il cuore e la ragione per esprimersi, è veramente un paradosso
darsi del "lei". Ti ringrazio per l'invio del numero di "Voci
Dialettali" in cui appare il mio "pezzo" su Vito Tartaro e la sua
poesia. Ci tenevo ad averlo, poichè conto, più il là, di raccogliere in
volume i miei piccoli saggi su poeti italiani contemporanei, insieme
alle numerose prefazioni che ho scritto da vent'anni a questa parte. Appena avrò tempo disponibile, ti farò avere, come tu chiedi, un
resoconto analitico e critico sul mondo poetico-umano di Mario Gori
(amico e maestro indimenticabile).
Ho letto con piacere le tue poesie dialettali così spontanee e sofferte
nello stesso tempo, così luminose, lineari, trasparenti da intravedere i
battiti del cuore che le ha generate.
Non sarebbe male, se tu pensassi di raccogliere in volume e darle alle
stampe: contribuiresti, in modo significativo, all'affermazione della
poesia siciliana e alla diffusione dei suoi innegabili valori.
Se hai qualcosa di tuo già pubblicato, prego di farmelo avere: ci tengo
a custodire, comprendere e apprezzare le valide ricchezze interiori dei
miei amici.
Ti auguro un mondo di bene e ti saluto cordialmente.
Gaetano Quinci
Impruneta 27-4-2008"
La drammaturgia di Giuseppe La
Delfa al servizio dell'uomo, del siciliano, dei suoi difetti e dei
suoi pregi.
IL TEATRO POPOLARE : UN AIUTO PER EVADERE DALLA
REALTA'
"A 'gnizioni", 'U cumannari è megghiu do' manciari",
" 'U processu a Socrati" fanno parte della drammaturgia di Giuseppe
La Delfa, pubblicista e linguista nato ad Assoro, in provincia di
Enna, ma visceralmente siracusano per la passione con la quale
coltiva e a sua la cultura aretusea. Nel teatro, continua la
tradizione la tradizione Martogliana del divertimento scenico
ispirato agli avvenimenti popolari di ieri e di oggi. In più,
l'autore affida alla parlata siciliana dei personaggi che sono nei
suoi sceneggiati, la caratterizzazione, fino a renderli veri. In
processo a "Socrati", lo spettatore ha la sensazione di esserci
dentro come parte attiva, pro contro il filosofo, tanto realistica è
l'atmosfera della udienza. In questo La Delfa richiama MARTOGLIO de
"I Civitoti in Pretura", per la veridicità con la quale fa la
cronaca della seduta giudiziale, tipica dei processi siciliani dove
protagonista è essenzialmente il popolo, con le sue animosità.
Nell'altro atto unico "Cumannari è megghiu do' manciari" La Delfa
diviene sottilmente sarcastico nel volere screditare l'uomo più che
smititizzargli lo strapotere dittatoriale. L'autore si serve per
questo della lady del generalissimo, nel ruolo della moglie
appiccicosa, perchè lo richiama sempre ad avere cura di se stesso,
prima che pensare a guerreggiare. Gli sollecita addirittura financo
l'igiene dei denti e di non trascurare sopratutto di mangiare. E'
come volesse dirgli , che che per fare il dittatore c'è sempre
tempo. Prima vengono i problemi esistenziali e i doveri di marito e
di padre. L'autore fa insomma del cubano, più che despota, un
suddito della moglie. Diversa l'ispirazione di La Delfa nella
commedia in tre atti "A 'GNIZIONI" , DOVE L'EGOISMO FA DA
PROTAGONISTA, TRA ILLUSIONI E DELUSIONI DEI MORTALI, QUI DESCRITTI
AFFANNATI A PROCURARSI A TUTTI I costi un elisir di lunga vita.
Commedia popolaresa di evasione.
"...Ci vuole cioè capacità e sensibilità a
sapere dispensare: Riflessioni, Massime, Aforismi, come è capace
Giuseppe La Delfa, Giornalista e commediografo ennesema
siracusano d'adozione..."
"...I Proverbi, aiutano a parlare breve e
schetto, senza ironia, perchè alludono sempre a fatti della
vita, con intento morale.
Giuseppe La Delfa, oltre a suo vivere
quotidiano, frequenta pure il teatro da attore, commediografo e
regista, sfrutta i proverbi per farsi capire immediatamente: li
sforma dal patrimonio antropologico siciliano, perchè li li
conosce utili quando la parlata deve essere tradizionale...."
di Mauro Longo.
Prefazione " Libro Proverbi
siciliani Tradotti in 5 lingue 3° Volume 1° parte-.Aforismi-
Miniminaghia Scioglilingua, Ninne nanne" (recentemente
pubblicato)
di Giuseppe La Delfa
"Multa paucis" dicevano i latini. Si può dire
cioè molto con brevi e succose parole: Questo è l'aforisma.
Tutto dipende, ovviamente, dall'uso che si
deve fare della brevità perchè si può ad esempio sputare una
sentenza, una massima, una regola di vita, con l'intentimento
di un insegnamento immediato, il che avviene, ad esempio,
quando si voglia fustigare un modo di essere o di vivere.
L'aforisma, la Massima, (come anche s'intende
l'aforisma) consentono al pensiero, nelle poche parole, di dire
appunto tante cose, con quel poco che magari non si vorrebbe
spiattellare. Ci vuole però che la mente sia dotata di questo
esercizio, perchè non è di tutti liquidare un ragionamento, una
persona, in quattro e quattrotto. Ci vuole cioè capacità e
sensibilità a sapere dispensare: Riflessioni, Massime, Aforismi,
come è capace Giuseppe La Delfa, giornalista e commediografo
ennese, siracusano di adozione.
Per brevità di parole, bastano pure i
proverbi, di origine popolare, arguti come le parabole di cui
Gesù si serviva per convincere la gente.
I proverbi aiutano a parlare breve e
schietto, senza ironia, perchè alludono sempre a fatti della
vita, con intento morale.
Giuseppe La Delfa, oltre al lavoro quotidiano
per vivere, frequenta pure il teatro da attore; commediografo e
regista, sfrutta i proverbi per farsi capire immediatamente: li
sforna dal patrimonio antropologico siciliano, perchè li
riconosce utili quando la parlata deve essere tradizionale,
arricchiti dalle traduzioni in altre lingue. Buona lettura
dunque!
Chi volesse conciliare il sonno ai marmocchi
di casa, La Delfa suggerisce qualcuna delle Ninne Nanne qui
accluse, ma ci spera poco, perchè oggi i bimbi vanno a letto più
tardi dei grandi. Semmai dubita che le palpebre cadano alla
mamma, per nostalgia di quando il sonno la vinceva sulla fatica
domestica
Mauro Longo
RISCOPERTA E CONSERVAZIONE DELL’UNIVERSO
SICILIANO NEL LIBRO DI GIUSEPPE LA DELFA.
“Nenie, Canti…Proverbi siciliani III vol...Aforismi,
Miniminagghie, Scioglilingua, Motti…” è il titolo della recentissima
pubblicazione del Giornalista Pubblicista, Poeta, Scrittore e
Drammaturgo Giuseppe La Delfa, a cura della Tipografia Kromatografia di
Ispica. Il testo è la decima produzione di uno scrittore dialettale di
indubbie qualità che riversa nel suo poetare e nel suo scrivere il
candore e la purezza tipiche del letterato virtuoso e la freschezza del
temperamento umano giovanile e gioviale. La Delfa è nato ad Assoro (EN),
nel 1944, ma ragioni di lavoro l’hanno spinto a vivere tra Siracusa,
dove attualmente risiede, Catania, Palermo e Milano. E’ laureando in
Scienze della Formazione, Direttore Responsabile di due testate
giornalistiche e collabora con numerosi Giornali, Cavaliere del Santo
Sepolcro, Volontario della Protezione Civile e del C.I.S.O.M, Vice
Presidente Regionale dell’A.N.PO.S.DI., promotore di eventi umanitari e
culturali tra cui il conferimento della Laurea ad honorem ad Alda
Merini. Ha ottenuto importanti riconoscimenti in campo letterario e
giornalistico tra cui il Premio Capodieci.
Negli anni si è alternato tra generi artistici vari,
giornalismo, poesia, cinema, teatro che ne hanno compensato la sete di
ricerca personale, consentendogli di acquisire quella maturità che è
tipica di chi ama spaziare tra un percorso di studio e l’altro fino a
pervenire ad una poliedricità che è proprio la maggiore peculiarità del
nostro autore. Apprezzabile in quanto diverso da altri testi che
trattano degli stessi temi è l’opera di La Delfa che si presenta varia e
variegata, frutto di un intenso lavoro di ricerca, condotto dallo
scrittore tra le viuzze dei vari paesi della provincia e tra i vicoli
densi di storia millenaria delle nostre multiformi città siciliane.
Tutto il patrimonio di nenie, canti, invocazioni, orazioni e rituali
delle feste religiose della prima parte del testo, si deve ad un
percorso di ricerca, riscoperta e fruizione delle tradizioni del nostro
passato e ad un’indagine condotta ai nostri giorni che mette in evidenza
il perpetuarsi di determinate usanze tra la gente dell’entroterra
siciliano che negli anni hanno mantenuto i loro riti nel corso di feste
e celebrazioni.
La seconda parte del libro contiene la trascrizione di
proverbi in lingua dialettale con relativa traduzione che fa del testo
uno strumento documentario a cui poter attingere per conoscere il nostro
patrimonio popolare attraverso sentenze ispirate dall’esperienza
vissuta. La traduzione dei proverbi in cinque lingue lo rende
maggiormente fruibile, una fonte di riferimento per chi, come lo
straniero, o per studio o per pura conoscenza, si accosta alla nostra
cultura. L’impegno dell’autore non si ferma alla semplice trascrizione
dei proverbi, ma si spinge a ricercare il significante in un lavoro di
riconsiderazione che trae dalla semplice lettura il contenuto più
intenso che è quello filosofico.
La ricchezza del testo sta nella sua versatilità, essenza
generosa dell’autore che non incupisce il lettore in un appiattito
retorico continuum, ma lo trasporta nella variabilità della lingua
vernacolare attraverso modi di scrittura, modelli di reinterpretazione
della realtà, varianti linguistiche che costituiscono il ricco
patrimonio della nostra sicilianità. E così si conclude il testo con un
escursus di modalità di scrittura che ritroviamo nel prontuario della
nostra sicilianità, nel nostro essere siciliani anche attraverso
aforismi, miniminagghie, scioglilingua, motti, detti e ninne nanne che
rendono il libro fresco, lieve, facilmente fruibile e ne fanno memoria
di ognuno che nello scorrere le pagine ritrova un pezzo del proprio
passato, un ricordo lontano, un brandello di storia vissuta.
Il volume si chiude con una raccolta di foto storiche che
danno una chiara immagine del significato del testo che vuole far
conoscere la storia di Sicilia anche attraverso un patrimonio di
tradizioni meno consultato che è quello che proviene dal popolo,
specchio di sentimenti, passioni e dolori che cercano comprensione
nell’invocazione, nella preghiera che è fatta pur’essa di lingua, di
cultura.
Conservare il passato è ricordare e perpetuarlo. Il
merito di Giuseppe La Delfa è proprio quello di un uomo che sente
fortemente il legame con la propria terra, ama le proprie origini
siciliane, le ricorda, le mantiene vive e le commemora attraverso il
dialetto e ci aiuta a riappropriarci del nostro idioma attraverso la
poesia e la musicalità della nostra lingua siciliana che in questo
volume ritroviamo in tutta la sua preponderante bellezza.
Maria Luisa VANACORE
Giuseppe La Delfa,
scrittore e poeta, è poliedrica figura
dall’animo gentile, incline alle impetuosità
ineluttabili del suo essere costruttivo, sia
nella poesia, che nella sua vita di tutti i
giorni. Cantore nei suoi versi dell’Amore, è il
suo, un amore vissuto nel quotidiano e
principalmente intriso dell’Amore di Colui che
alimenta il nostro esistere.
Fonte principale di ispirazione della sua poesia
è la grande poetessa Alda Merini; ogni poeta, a
mio avviso, lascia scaturire i suoi versi da un
bisogno di emulare, diversamente l’artista non
sarebbe artefice. E’ ciò che ammiriamo nel
contingente, vuoi che sia uno spettacolo della
natura, un tramonto, una magica notte stellata,
che ci lascia sublimare tra il luccichio delle
stelle sul blu notturno, o tra elegiaci versi,
tra musicalità soffuse le quali ci colpiscono il
cuore e che ci portano a ricreare dentro di noi
siffatte bellezze e musicalità..
Da qui, prende l’imput dell’autore alla sua
creatività, dal suo sentire e dal suo amare la
bellezza la quale lo porta inevitabilmente a un
bisogno di dare nella scrittura e tra le rime.
Ma ci sono anche i momenti bui, le delusioni che
rinchiudono in se stessi le avversità del
quotidiano e che però nel nostro assurgono a un
incentivo maggiore, guidato dalla costante
preghiera, verso l’impegno abituale nella vita e
nella scrittura. Anche da questi momenti ne
scaturiscono scritti dalla tipica schiettezza e
semplicità che coinvolge, allieta e invita a
riflettere autobiograficamente sul susseguirsi
della routine giornaliera.