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Giuseppe   La  Delfa

 

 

     
 

RECENSIONI:

 
     
 

 
   

 

 
 

Ho conosciuto Giuseppe La Delfa ...

... quando ho accompagnato l’amica Alda Merini a Messina per ricevere la laurea honoris causa che insieme al Preside Antonino Pennisi siamo riusciti a farle ottenere.

Sembrava una operazione impossibile. Passai tre giorni a Milano tra il mio albergo e casa di Alda.

Appena usciti dall’aereo Alda ebbe un brivido sotto i colpi di un vento impetuoso. E in macchina proruppe in un pianto struggente. Era lontana dalla sua casa e dalla sua quotidianità.

Io cercavo di consolarla: “Cara Alda, che grande persona che sei! Devi essere contenta. Sei nella terra di Quasimodo e qui riceverai l’onore più grande della tua carriera. Noi siciliani ci teniamo tanto”.

Alda mi rispose: “Mi parli di Quasimodo e dei miei amici scrittori come se li avessi conosciuti”. Poi mi chiese l’età e mi apostrofò nervosa e ironica: “Io a trent’anni ero già in manicomio e tu invece sei ancora per strada”. In realtà era una frase piena di sottotesti. Per Alda il manicomio era stata una scuola di formazione e anche una sorta di sigillo alla sua genialità e singolarità.

Nel discorso di accettazione spiegò lei non riteneva scollegate il compimento della sua arte dalla sua vicenda di internata. E finì dicendo: “Se il manicomio ha premiato la mia parte malata, oggi l’Università ha premiato la mia parte sana”.

Di certo il genio di Alda Merini non aveva bisogno della conferma e del suggello della laurea honoris causa. Ma, come ha riconosciuto più volte, nessuna istituzione accademica italiana le aveva dato un adeguato riconoscimento ed era vero che era dovuta venire in terra siciliana, e non a Milano, per essere celebrata e omaggiata dal mondo universitario.

Espressione di questa attenzione tutta siciliana alla poetessa dei Navigli è Giuseppe La Delfa. Oggi è come se Alda me lo ripresentasse non solo come il suo grande fan siciliano, ma nella sua essenza peculiare di uomo e di poeta. Lei conferma la mia impressione su colui che è davvero “persona eletta”, dai sentimenti alti, capace di delicate accensioni creative.

La Delfa non appartiene alla folta schiera di poeti che fanno versi improbabili senza avere nessuna frequentazione o familiarità con i testi della tradizione. Egli è uomo di diffusa erudizione, capace di eleggere con uno speciale istinto i suoi autori priviliegiati.

Spesso la letteratura è il risultato festoso di una lotta fra Titani: la Cultura e il Sentimento. Spesso questi si fronteggiano, si aggirano, si logorano a vicenda. Qualcuno pensa che l’uno debba per forza prevalere sull’altra o viceversa.

In La Delfa questa guerra si trasforma in idillio. Nella poesia Etna il tumulto del fuoco e delle scintille fa la terra fertile. La sabbia nera luccica. I fiori di ginestra sorridono. E un venticello di primavera spira sereno.

Quello stesso vento che anima la poesia alla Principessa di Ripa di Porta Ticinese che si chiude con un sospiro: “Domani ti rivedrò ancora?”. Questo libro è animato da un fanciullesco afflato di affiliazione e di fraternità con gli uomini eletti. Un bisogno sostanziale di accomunarsi al fluire di uno spirito elevato negli uomini.

Mi sono commosso leggendo la poesia dedicata a Ignazio Buttitta. Comincia con Gnaziu il modo in cui gli amici si rivolgevano confidenzialmente al poeta di Bagheria. Nella mia mente è echeggiata la voce della moglie Angelina. Una sera mio padre Rosario portò il suo figliolo di 8 anni nella villa di Aspra. Ci trattenemmo a cena. Angelina preparò del riso col sugo. Mio padre proveniva dal mondo cattolico, era stato collaboratore di Raimondo Manzini, primo direttore dell’Osservatore Romano. Buttitta brontolava contro quella cultura. Se la prendeva anche con Angelina, la cui devozione era consapevole e verace. Ad un certo punto il discorso cadde sul comunismo, sul lavoro, sull’esistenza di Dio. Angelina gli diceva di non esagerare troppo. Lui era duro e non riconosceva spiragli e probabilità. Io mi ero accorto che alcune sentenze di Ignazio non mi convincevano dal punto di vista della razionalità del discorso. Osai intervenire. Ne nacque una disputa seria, condotta sul filo di argomentazioni filosofiche e appassionate. Angelina era meravigliata di come un piccolo esserino di 8 anni tenesse testa al marito così alacremente. E diceva: “Bravu, bravu diccillu tu. Ganzzù! Gnazzù! Ascuta u picciriddu. Avi raggiuni”. Ignazio mi trattò da pari. Né in alcun momento sollevò come argomento il fatto che io ero un fanciullo, anche abbastanza cocciuto, convinto della propria forza dialettica. Quando seppi che era morto andai a Bagheria nella camera ardente allestita al Comune di Bagheria. Salutai la sorella. Ricordai con lei il rapporto tra suo padre e il mio primo maestro accademico Tullio De Mauro.

La Delfa mi ha fatto rivivere queste esperienze. “Domani ti rivedrò ancora?”. Certo. Perché questi uomini vivono nella esemplarità della loro vita e della loro opera.

E così capita che io riveda Buttitta grazie a La Delfa e mi ricordi che non posso separare la forza e il carattere del poeta bagherese dalla tenerezza e della schiettezza della moglie Angelina.

Forza e tenerezza di cui è intrisa la sua poesia.

Andrea Velardi

Docente Linguistica e Psicologia Cognitiva presso l’Università degli Studi di Messina

 

 

 

 

 

  

OMAGGIO AI POETI DI GIUSEPPE LA DELFA.

La forza seduttiva dell’opera d’arte (soprattutto della poesia) è circondata da un alone magico e divino. Quindi la poesia è stata per millenni un canto eterno dell’uomo, la nenia dei suoi sogni e delle sue speranze, il grido delle sue gioie, dei suoi dolori e delle sue conquiste e perciò inteso come un dono soprannaturale che si effonde nella possessione dell’entusiasmo e che ha il potere di dilettare e di affascinare l’ascoltatore. Il poeta ispirato rafforza i poteri visualizzanti della sua arte e coinvolge immediatamente l’uditorio negli eventi evocati dal canto. Chi dopo i grandi poeti del passato vedi Omero, Sofocle, Euripide, Eschilo, Saffo, Dante, Petrarca, Virgilio, Teocrito, Ariosto, Tasso, e tanti altri grandi di ogni tempo e paesi, avrebbe avuto l’ardire di fare poesia se non spinto da una intima necessità e da un irrefrenabile testimonianza, di dialogo, di sublimazione del vissuto? È così l’uomo di sempre, l’individuo di ogni generazione, l’essere imprevedibile che ciascuno di noi è, gravato dalla globalizzazione, confuso e disorientato da una miriade di voci sghignazzanti che urlano fuori dal contesto letterario, oppresso da un presente senza sbocchi e da una vita ostile oscura e affascinante, il poeta non potrà mai rimanere sordo, cieco, indifferente e muto come un una pianta, ne appartato e solo come un lupo.  Quindi, dal momento che ha imparato ad esprimersi, non ha più smesso di esternare i suoi sentimenti nobili, servendosi di parole, di suoni di colori di forme, di movimento e gestualità, sebbene ciò gli costi sacrificio, incomprensione, a volte anche sofferenza, ostilità, persecuzione fino a rischiare la vita, gli affetti, la libertà.

Autore prof. Gaetano Quinci

 

 
 
 

Spontanea l’Arte poetica di Giuseppe La Delfa, è concepita da uno modo di essere naturale d’intimità quasi “mistica” con la realtà percepita e in questa profondità trasvola l’infinito. Sorretta dalla fiducia nell’esistenza dei valori eterni, si apre alla Vita e rivendica con semplicità di linguaggio la bellezza della libertà espressiva. Le emozioni rappresentano l’elemento trainante per le riflessioni che suoi versi trasfondono. L’Artista presenta con abile finezza: la compassione, la fede, l’Amore e addita l’inganno e il mal costume. Il suo vernacolo ricalca la peculiarità tipica della gente di Sicilia: incide i dolori e la profondità dell’anima, comunicando empaty armonia, umore e anche comicità, rendendolo così senza tempo.

 
Eleonora Ruffo Giordani

 

 
     
 

 
     
  ERICE (Trapani) 26/02/2009



Scrivere di Pippo La Delfa, significa andarsi ad infilare in un viluppo di iniziative, progetti, realtà, nel movimento di una personalità che ignora stasi e relax, anzi che, a metterlo in queste condizioni, va in crisi!
Pippo, si deve muovere, deve andare di qua e di là, telefonare a Tizio, mettersi d’accordo con Caio, organizzare una o mille manifestazioni, darsi da fare senza tregua, senza troppo tenere da conto se stesso, la sua salute, il calare del suo peso, il sonno che si fa pochino…
Come se non bastasse, studia, con solerzia, il grembiulino nero, un fiocco speciale per gli allievi speciali ed eccolo all’università!
E scrive, scrive, scrive… con amore per la sua terra, la nostra terra, fa ricerche storiche, linguistiche, folkloristiche, pubblica i suoi elaborati, li fa pervenire ai più illustri esponenti della cultura nazionale e extranazionale, ne ottiene un rientro di consensi che, partendo da lui e dal suo lavoro, si riverberano in tutti i siciliani che alla loro terra sono intimamente legati.
Intrattiene rapporti con i più grandi nomi dell’establishment culturale dei nostri giorni, una affettuosa dimestichezza con la grande Alda Merini, di cui ha recentemente caldeggiato la laurea “honoris causa”, ottenuta con successo e ricevuta con grande emozione da parte della insigne poetessa.
Insomma, sintetizzando al massimo, avendo a che fare con Pippo conviene fornirsi di un robusto fermo che impedisca alla testa di mettersi a girare vertiginosamente e di gambe robuste che lo possano seguire nei suoi spostamenti, impegni, manifestazioni, andirivieni….
Ho voluto usare un piglio scherzoso, poiché sono certa che lo apprezzerà, ma ciò non mi esime da doveroso quanto gradito compito di analizzarne le peculiarità e il peso culturale che riveste e che, ampiamente, merita.
Poeta, scrittore, giornalista, commediografo, persino attore, questo minuto ennese-siracusano non cessa di sorprendere anche con una “verve” che i molti intoppi regalatigli dalla vita, non sono riusciti a cancellare.
L’ultima sua fatica, dal chilometrico titolo, che mi perdonerà se non ripeto papale papale, compendia un lungo e certosino lavoro di raccolta amorosa e attenta, di quanto rimane ancora vivo delle antiche tradizioni sicule, ottenuto controllando e vagliando documenti scritti o raccolti dalla viva voce degli anziani e di studiosi.
Nenie, filastrocche, scioglilingua, proverbi, manifestazioni in onore di questo o quel santo patrono, che spaziano per tutte le nove provincie della nostra isola e, spesso, si avvicinano nelle loro articolazioni a dimostrazione di una radice comune che unisce un siciliano all’altro al di fuori da sciocchi campanilismi.
Onore, dunque a Pippo La Delfa, che non ha mai perso, né mai perderà un grammo di quella grande passione che lo lega indissolubilmente alla sua origine, di cui va fiero, come fieri dovremmo andare tutti noi.
Certo, è necessario non considerare quest’opera come opera di poesia , in essa, infatti, la poesia sta essenzialmente proprio in questo amore e non nel verso o nella purezza o meno delle frasi, nella precisione ortografica o nella coerenza lessicale.
Per questo ci sono e ci saranno altre occasioni che, personalmente, gli auguro, intanto godiamoci questo bel ritratto della nostra terra, ascoltiamone la musica interiore, lasciamoci conquistare dal suo fascino, abbandoniamoci alle sue suggestioni.

Grazie Pippo.

Flora Restivo
 

 

 

     
 

 
     
   

dalle Nenie alla Ninne Nanne


Giuseppe La Delfa, Assoro EN 1944, instancabile spirito poliedrico, poeta (amico personale ed ammiratore di Alda Merini, per la quale nel corso dell’anno 2008 si è fatto promotore del conferimento presso l’Università di Messina della laurea ad honorem), scrittore, drammaturgo, autore e regista di testi teatrali, giornalista (direttore, fra l’altro, del periodico Catania Nostra), Cavaliere del Santo Sepolcro, Ministro per le attività interprovinciali dell’A.N.PO.S.D.I., Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali d’Italia, per la Regione Sicilia ed altro ancora, mi ha generosamente omaggiato della sua ennesima pubblicazione.
Pubblicazione, peraltro senza il prezzo <i cui proventi in parte andranno ai veri poveri e bisognosi>, che riporta la dedica di Maurizio Cucchi del 13 Giugno 1998 il quale, del lavoro del Nostro, felicemente mette in risalto il <legame culturale e affettivo con le proprie radici e con la sapienza popolare>, nonché, in quarta di copertina, una dedica, datata 3 Gennaio 1996 della quale Giuseppe La Delfa ha motivo di essere ben orgoglioso, di Ignazio Buttitta, poeta tra i più noti a livello planetario, che testualmente recita: <La Delfa resterà come un genio nel mondo>.
Ciò detto e scontato che il dialetto siciliano è il registro espressivo di Giuseppe La Delfa, ci troviamo di fronte a un volume che raccoglie nenie, canti, preghiere, invocazioni, orazioni, proverbi tradotti in cinque lingue, aforismi, miniminagghie (indovinelli), scioglilingua, motti, detti e ninne nanne.
Di ieri e di oggi, di moltissime località della Sicilia – da Leonforte ad Alcamo, da Solarino a Naro, da Nicosia a Monreale, da Modica a Ribera, eccetera eccetera – frutto di faticose, certosine ricerche cui hanno altresì contribuito, oltre ai numerosi e qualificati suoi collaboratori, <tante vecchiette che, con la loro candida vocina e la dolcezza d’animo, hanno travasato a me il loro patrimonio orale custodito da numerosi lustri.>
Nicola Garozzo, nella sua presentazione, scrive di <un patrimonio della cultura popolare, un lodevole tentativo per conservare, a futura memoria, spaccati di un’epoca che risale al medioevo>, di testi in cui <la “lingua” siciliana la fa da padrona, ma i diversi “dialetti” locali rendono spesso “nuovi”, nel significato oltre che nel contenuto>; e Mauro Longo, a sua volta, asserisce che Giuseppe La Delfa <sfrutta i proverbi per farsi capire immediatamente: li sforna dal patrimonio antropologico siciliano, perché li riconosce utili quando la parlata deve essere tradizionale.>
Delineati il personaggio, i luoghi, le peculiarità, e tuttavia invitandovi a soffermarvi più ampiamente sull’opera, desideriamo, in chiusura, brevemente segnalarvi alcune perle tra i proverbi, gli indovinelli, gli scioglilingua che Giuseppe La Delfa, <su sollecitazione dei miei cento lettori diventati esigenti> e con <l’inserimento di considerazioni filosofiche adeguate all’argomento>, ha voluto raccogliere e offrirci:
‘U superchiu rumpi ‘u cuperchiu, O’ muru vasciu s’appoggianu tutti, C’è cu voli ‘a vutti china e ‘a mugghieri ‘mbriaca, Cu addiventa poviru, perdi tutti l’amici, Tira chiossai ‘n pilu di fimmina ca ‘na parigghia di voi, È tunnu e non è munnu / è russu e non è focu, / è virdi e è erva, / è acqua e non si bivi. (Il melone), Jancu lu tirrinu / niura la semenza / l’omu ca simina sempri penza. (La scrittura), Sugnu esposta ad acqua e ventu, / sugnu ‘ntisa e non mi sentu, / vucca ranni, labbra storti, / chiamu ‘i vivi e chianciu ‘i morti. (La campana), Apru lu stipu e pigghia lu spicchiu, / posa lu spicchiu e chiudi lu stipu, Sutta a ‘n palazzu / c’è ‘n cani pazzu; / tè pazzu cani / ‘stu pezzu di pani.


 

Marco Scalabrino

Novembre 2008

 
     
 

 
     
 
Lettera di Giorgio Barberi Squarotti a Pippo La Delfa:

Torino ,15 novembre 2007

 
                                    Caro La Delfa,
                       ho letto con molta partecipazione e piacere i suoi " Tipi siciliani" , così singolari e originali,colti con sapienza, eleganza e arguzia. Grazie, di cuore!
                       Sono stato lieto dell'incontro di Leonforte . Con i più vivi auguri e saluti;
                                         Giorgio Barberi Squarotti
 
     
 

 
     
  Lettere di Gaetano Quinci a Pippo La Delfa:  
     
  " Caro Giuseppe,

                  grazie dal profondo del cuore per avermi dato il piacere d'immergermi nei fondali dell'anima siciliana. Questo tuo libro di nenie, canti, preghiere, invocazione ecc. fa riscoprire, in modo semplice e naturale, l'intimità della vera Sicilia, quella che prega, riflette, spera ma soprattutto ama, di quell'amore saggio, sincero, razionale che fa di ogni giorno un traguardo, di ogni sentimento un simbolo, di ogni significato una fede.

                  Non c'è nenia, canto, preghiera o invocazione che non bussi con insistenza al cuore del lettore (siciliano in particolare) e non lo faccia fremere, trepidare, soffrire e lievitare al suono di quei versi spontanei ma sanguinanti, antichi ma sempre nuovi, popolari ma così nobili, lungimiranti, balsamici.

                 La voce del passato, del nostro passato, è così limpida, suggestiva, folgorante che ogni espressione poetica del momento, di questo nostro presente caotico e dispersivo, impallidisce al confronto. E' proprio vero: "Rifarsi alle proprie radici è come rinascere".

     Questo tuo libro è una testimonianza di poesia e di folclore, di saggezza e di spiritualità, ed è tanto prezioso quanto più riesce a farci capire chi siamo, dove siamo diretti, da dove veniamo e quale sconfinatezza ci attende al di là di ogni orizzonte umano, di ogni parvenza, di ogni illusione. Alla luce del nostro ieri, anche il nostro oggi si rinnova, si evolve, si perfeziona, se abbiamo il coraggio di credere, la forza di lottare, la consapevolezza di esistere.

                Libri di resoconto e di crescita come questo tuo, dovrebbero circolare come l'aria, affinchè tutti possano respirare la salubrità, coglierne l'essenza, portarne in petto i valori, diffonderne gli ideali. Aveva ragione da vendere il compianto Mario Gori quando affermava che la poesia popolare siciliana è un mondo senza tempo e senza limiti, è l'uomo fatto parola, verità, saggezza.  Ma è anche un'accurata ripetizione delle nostre esperienze e dei nostri fervori, è una maniera di sentirci vivi nel tempo, una misura per definire la nostra umanità, un messaggio d'amore e di dolore che ogni creatura umana lancia alla vita con l'illusione di dire "no" alla morte.

               Quante bellezze nascoste si perpetuano in ogni detto, in ogni lamento, in ogni espressione poetica popolare: c'è l'anima più che l'uomo, c'è il cuore più che il cervello, c'è l'eternità più che la vita.

              Ancora "grazie", caro Giuseppe e tanti, tanti auguri di ogni bene e successo, unitamente ad un fraterno abbraccio.

Gaetano Quinci 
Impruneta 1-6-2008
"

 

 
 

 Nenie, canti popolari, preghiere, invocazioni, scioglilingua, filastrocche, proverbi siciliani (tradotti in cinque lingue), ninne nanne, indovinelli, aforismi.

Questo ed altro ancora , ci offre la nuova pubblicazione ( finita di stampare nel Marzo 2008 dalla Kromatografica- Ispica) di Giuseppe La Delfa, che fresca di stampa si presenta a noi lettori in un ottimo connubio di forma e contenuto. Davvero buona è infatti  la veste tipografica curata nei minimi particolari ed estremamente lodevoli sono la quantità e la qualità  dei contenuti, frutto di ricerche certosine svolte dall’autore e dai suoi preziosi collaboratori.

               Le nenie, gli indovinelli, i canti popolari ecc…  sono un’ affascinante espressione di memoria storica, religiosa, letteraria  e poetica di un  popolo.

Ritengo sia  estremamente importante affinché non si perda il fondamentale legame con le nostre radici, soprattutto per noi giovani -siciliani nella fattispecie-  poter disporre di strumenti come questo valido volume dove sono racchiusi suoni e tradizioni popolari - inizialmente trasmessi oralmente da padre in figlio- che adesso come allora continuano ad affascinare, regalandoci un “je ne sais quoi” di cadenze millenarie ed echi di sicure reminescenze arabe, normanne, romane, bizantine… proprio perché ogni popolo conquistatore di questa nostra splendida Sicilia, madre e culla di poesia, ha lasciato un segno indelebile nei nostri canti, nei riti di molte feste e via dicendo. 

               Pippo La Delfa ci presenta dunque con questa raccolta frutto di sacrificio e tanta passione, un importante patrimonio della cultura popolare siciliana che a livello di significato e per valore contenutistico non ha pari in nessuna parte del mondo, non perché i proverbi, gli indovinelli, le preghiere, le invocazioni, le ninne nanne o i canti popolari siciliani siano più belli in assoluto ma poiché essi sono esclusiva e profonda espressione di un popolo geniale e artistico quale il nostro popolo siciliano.

 

               Ad impreziosire il volume alcune fotografie che ritraggono l’autore con importanti esponenti della cultura siciliana, un nome tra tutti quello di Ignazio Buttitta.

Grotte (AG) 23 Giugno 2008                                                                              Gero Miceli

 

 

         
 

 
 

 

" Caro Giuseppe,

              ti mando , in allegato , una copia dei miei "Drammi umani", da consegnare a quell'amico regista di cui mi hai parlato per telefono. Ho appena finito di leggere il tuo"teatro siciliano" e vi ho trovato il cuore, la mente, l'anima della nostra isola: c'è quel dire e non dire della nostra gente, quel piglio deciso e sofferto del nostro riflettere, quel fare sornione e pacato di certe allusioni legate a proverbi popolari che celano saggezza e verità di ogni tempo. Il fascino, poi , e la incisività del nostro dialetto fanno il resto , conferendo all'opera una spontaneità e un equilibrio che lasciano il segno. Credimi, rimpiango di avere smesso di scrivere in vernacolo siciliano: ho perso una grande occasione per raccontarmi e raccontare l'amore, la vita, le mille vicissitudini umane con la naturalezza di un linguaggio che colora tutto, che supera i limiti del provvisorio e del consueto. Grazie per il piacere che ho provato nel leggerti!  Ti auguro tutto il bene che meriti e ti saluto con un fraterno abbraccio.

Gaetano Quinci 
Impruneta 16-5-2008
"

 

 
 



"Caro Giuseppe,

               innanzitutto diamoci del tu: tra gente che usa il cuore e la ragione per esprimersi, è veramente un paradosso darsi del "lei". Ti ringrazio per l'invio del numero di "Voci Dialettali" in cui appare il mio "pezzo" su Vito Tartaro e la sua poesia. Ci tenevo ad averlo, poichè conto, più il là, di raccogliere in volume i miei piccoli saggi su poeti italiani contemporanei, insieme alle numerose prefazioni che ho scritto da vent'anni a questa parte.     Appena avrò tempo disponibile, ti farò avere, come tu chiedi, un resoconto analitico e critico sul mondo poetico-umano di Mario Gori (amico e maestro indimenticabile).
Ho letto con piacere le tue poesie dialettali così spontanee e sofferte nello stesso tempo, così luminose, lineari, trasparenti da intravedere i battiti del cuore che le ha generate.
Non sarebbe male, se tu pensassi di raccogliere in volume e darle alle stampe: contribuiresti, in modo significativo, all'affermazione della poesia siciliana e alla diffusione dei suoi innegabili valori.
Se hai qualcosa di tuo già pubblicato, prego di farmelo avere: ci tengo a custodire, comprendere e apprezzare le valide ricchezze interiori dei miei amici.
Ti auguro un mondo di bene e ti saluto cordialmente.


Gaetano Quinci 
Impruneta 27-4-2008
"

 
     
 

 
 
 

La drammaturgia di Giuseppe La Delfa al servizio dell'uomo, del siciliano, dei suoi difetti e dei suoi pregi.

 
IL TEATRO POPOLARE : UN AIUTO PER EVADERE DALLA REALTA'
 
"A 'gnizioni", 'U cumannari è megghiu do' manciari", " 'U processu a Socrati" fanno parte della drammaturgia di Giuseppe La Delfa, pubblicista e linguista nato ad Assoro, in provincia di Enna, ma visceralmente siracusano per la passione con la quale coltiva e a sua la cultura aretusea. Nel teatro, continua la tradizione la tradizione Martogliana del divertimento scenico ispirato agli avvenimenti popolari di ieri e di oggi. In più, l'autore affida alla parlata siciliana dei personaggi che sono nei suoi sceneggiati, la caratterizzazione, fino a renderli veri. In processo a "Socrati", lo spettatore ha la sensazione di esserci dentro come parte attiva, pro contro il filosofo, tanto realistica è l'atmosfera della udienza. In questo La Delfa richiama MARTOGLIO de "I Civitoti in Pretura", per la veridicità con la quale fa la cronaca della seduta giudiziale, tipica dei processi siciliani dove protagonista è essenzialmente il popolo, con le  sue animosità. Nell'altro atto unico "Cumannari è megghiu do' manciari" La Delfa diviene sottilmente sarcastico nel volere screditare  l'uomo più che smititizzargli lo strapotere dittatoriale. L'autore si serve per questo della lady del generalissimo, nel ruolo della moglie appiccicosa, perchè lo richiama sempre ad avere cura di se stesso, prima che pensare a guerreggiare. Gli sollecita addirittura financo l'igiene dei denti e di non trascurare sopratutto di mangiare. E' come volesse dirgli , che che per fare il dittatore c'è sempre tempo. Prima vengono i  problemi esistenziali e i doveri di marito e di padre. L'autore fa insomma del cubano, più che despota, un suddito della moglie. Diversa l'ispirazione di La Delfa nella commedia in tre atti "A 'GNIZIONI" , DOVE L'EGOISMO FA DA PROTAGONISTA, TRA ILLUSIONI E DELUSIONI DEI MORTALI, QUI DESCRITTI AFFANNATI A PROCURARSI A TUTTI  I costi un elisir  di lunga vita. Commedia popolaresa di evasione.

 

"...Ci vuole  cioè capacità e sensibilità a sapere dispensare: Riflessioni, Massime, Aforismi, come è capace Giuseppe La Delfa, Giornalista e commediografo ennesema siracusano d'adozione..." 
 
"...I Proverbi, aiutano a parlare breve e schetto, senza ironia, perchè alludono sempre a fatti della vita, con intento morale.
Giuseppe La Delfa, oltre a suo vivere quotidiano, frequenta pure il teatro da attore, commediografo e regista, sfrutta i proverbi per farsi capire immediatamente: li sforma dal patrimonio antropologico siciliano, perchè li li conosce utili quando la parlata deve essere tradizionale...."

 

di Mauro Longo.

 

Prefazione  " Libro Proverbi siciliani Tradotti in 5 lingue  3° Volume  1° parte-.Aforismi- Miniminaghia Scioglilingua, Ninne nanne" (recentemente pubblicato)
di Giuseppe La Delfa
 
"Multa paucis" dicevano i latini. Si può dire cioè molto con brevi e succose parole: Questo è l'aforisma.
Tutto dipende, ovviamente, dall'uso che si deve fare della brevità perchè si può ad esempio sputare una sentenza, una massima, una regola di vita, con l'intentimento di  un insegnamento immediato, il che avviene, ad esempio, quando si voglia fustigare un modo di essere o di vivere.
L'aforisma, la Massima, (come anche s'intende l'aforisma) consentono al pensiero, nelle poche parole, di dire appunto tante cose, con quel poco che magari non si vorrebbe spiattellare. Ci vuole però che la mente sia dotata di questo esercizio, perchè non è di tutti  liquidare un ragionamento, una persona, in quattro e quattrotto. Ci vuole cioè capacità e sensibilità a sapere dispensare: Riflessioni, Massime, Aforismi, come è capace Giuseppe La Delfa, giornalista e commediografo ennese, siracusano di adozione.
Per brevità di parole, bastano pure i proverbi, di origine popolare, arguti come le parabole di cui Gesù si serviva per convincere la gente.
I  proverbi aiutano a parlare breve e schietto, senza ironia, perchè alludono sempre a fatti della vita, con intento morale.
Giuseppe La Delfa, oltre al lavoro quotidiano per vivere, frequenta pure il teatro da attore; commediografo e regista, sfrutta i proverbi per farsi capire immediatamente: li sforna dal patrimonio antropologico siciliano, perchè li riconosce utili quando la parlata deve essere tradizionale, arricchiti dalle traduzioni in altre lingue. Buona lettura dunque!
Chi volesse conciliare il sonno ai marmocchi di casa, La Delfa suggerisce qualcuna delle Ninne Nanne qui accluse, ma ci spera poco, perchè oggi i bimbi vanno a letto più tardi dei grandi. Semmai dubita che le palpebre cadano alla mamma, per nostalgia di quando il sonno la vinceva sulla fatica domestica
 
Mauro Longo 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RISCOPERTA E CONSERVAZIONE DELL’UNIVERSO SICILIANO NEL LIBRO DI GIUSEPPE LA DELFA.

 

“Nenie, Canti…Proverbi siciliani III vol...Aforismi, Miniminagghie, Scioglilingua, Motti…” è il titolo della recentissima pubblicazione del Giornalista Pubblicista, Poeta, Scrittore e Drammaturgo Giuseppe La Delfa, a cura della Tipografia Kromatografia di Ispica. Il testo è la decima produzione di uno scrittore dialettale  di indubbie qualità che riversa nel suo poetare e nel suo scrivere il candore e la purezza tipiche del letterato virtuoso e la freschezza del temperamento umano giovanile e gioviale. La Delfa è nato ad Assoro (EN), nel 1944, ma ragioni di lavoro l’hanno spinto a vivere tra Siracusa, dove attualmente risiede, Catania, Palermo e Milano. E’ laureando in Scienze della Formazione, Direttore Responsabile di due testate giornalistiche e collabora con numerosi Giornali, Cavaliere del Santo Sepolcro, Volontario della Protezione Civile e del C.I.S.O.M, Vice Presidente Regionale dell’A.N.PO.S.DI., promotore di eventi umanitari e culturali tra cui il conferimento della Laurea ad honorem ad Alda Merini. Ha ottenuto importanti riconoscimenti in campo letterario e giornalistico tra cui il Premio Capodieci.

Negli anni si è alternato tra generi artistici vari, giornalismo, poesia, cinema, teatro che ne hanno compensato la sete di ricerca personale, consentendogli di acquisire quella maturità che è tipica di chi ama spaziare tra un percorso di studio e l’altro fino a pervenire ad una poliedricità che è proprio la maggiore peculiarità del nostro autore. Apprezzabile in quanto diverso da altri testi che trattano degli stessi temi è l’opera di La Delfa che si presenta varia e variegata, frutto di un intenso lavoro di ricerca, condotto dallo scrittore tra le viuzze dei vari paesi della provincia e tra i vicoli densi di storia millenaria delle nostre multiformi città siciliane. Tutto il patrimonio di nenie, canti, invocazioni, orazioni e rituali delle feste religiose della prima parte del testo, si deve ad un percorso di ricerca, riscoperta e fruizione delle tradizioni del nostro passato e ad un’indagine condotta ai nostri giorni che mette in evidenza il perpetuarsi di determinate usanze tra la gente dell’entroterra siciliano che negli anni hanno mantenuto i loro riti nel corso di feste e celebrazioni.

La seconda parte del libro contiene la trascrizione di proverbi in lingua dialettale con relativa traduzione che fa del testo uno strumento documentario a cui poter attingere per conoscere il nostro patrimonio popolare attraverso sentenze ispirate dall’esperienza vissuta. La traduzione dei proverbi in cinque lingue lo rende maggiormente fruibile, una fonte di riferimento per chi, come lo straniero, o per  studio o per pura conoscenza, si accosta alla nostra cultura. L’impegno dell’autore non si ferma alla semplice trascrizione dei proverbi, ma si spinge a ricercare il significante in un lavoro di riconsiderazione che trae dalla semplice lettura il contenuto più intenso che è quello filosofico.

La ricchezza del testo sta nella sua versatilità, essenza generosa dell’autore che non incupisce il lettore in un appiattito retorico continuum, ma lo trasporta nella variabilità della lingua vernacolare attraverso modi di scrittura, modelli di reinterpretazione della realtà, varianti linguistiche che costituiscono il ricco patrimonio della nostra sicilianità. E così si conclude il testo con un escursus di modalità di scrittura che ritroviamo nel prontuario della nostra sicilianità, nel nostro essere siciliani anche attraverso aforismi, miniminagghie, scioglilingua, motti, detti e ninne nanne che rendono il libro fresco, lieve, facilmente fruibile e ne fanno memoria di ognuno che nello scorrere le pagine ritrova un pezzo del proprio passato, un ricordo lontano, un brandello di storia vissuta.

Il volume si chiude con una raccolta di foto storiche che danno una chiara immagine del significato del testo che vuole far conoscere la storia di Sicilia anche attraverso un patrimonio di tradizioni meno consultato che è quello che proviene dal popolo, specchio di sentimenti, passioni e dolori che cercano comprensione nell’invocazione, nella preghiera che è fatta pur’essa di lingua, di cultura.

Conservare il passato è ricordare e perpetuarlo. Il merito di Giuseppe La Delfa è proprio quello di un uomo che sente fortemente il legame con la propria terra, ama le proprie origini siciliane, le ricorda, le mantiene vive e le commemora attraverso il dialetto e ci aiuta a riappropriarci del nostro idioma attraverso la poesia e la musicalità della nostra lingua siciliana che in questo volume ritroviamo in tutta la sua preponderante bellezza.

Maria Luisa VANACORE

 

 
 

 

 

Giuseppe La Delfa, scrittore e poeta, è poliedrica figura dall’animo gentile, incline alle impetuosità ineluttabili del suo essere costruttivo, sia nella poesia, che nella sua vita di tutti i giorni. Cantore nei suoi versi dell’Amore, è il suo, un amore vissuto nel quotidiano e principalmente intriso dell’Amore di Colui che alimenta il nostro esistere.

Fonte principale di ispirazione della sua poesia è la grande poetessa Alda Merini; ogni poeta, a mio avviso, lascia scaturire i suoi versi da un bisogno di emulare, diversamente l’artista non sarebbe artefice. E’ ciò che ammiriamo nel contingente, vuoi che sia uno spettacolo della natura, un tramonto, una magica notte stellata, che ci lascia sublimare tra il luccichio delle stelle sul blu notturno, o tra elegiaci versi, tra musicalità soffuse le quali ci colpiscono il cuore e che ci portano a ricreare dentro di noi siffatte bellezze e musicalità..

Da qui, prende l’imput dell’autore alla sua creatività, dal suo sentire e dal suo amare la bellezza la quale lo porta inevitabilmente a un bisogno di dare nella scrittura e tra le rime.

Ma ci sono anche i momenti bui, le delusioni che rinchiudono in se stessi le avversità del quotidiano e che però nel nostro assurgono a un incentivo maggiore, guidato dalla costante preghiera, verso l’impegno abituale nella vita e nella scrittura. Anche da questi momenti ne scaturiscono scritti dalla tipica schiettezza e semplicità che coinvolge, allieta e invita a riflettere autobiograficamente sul susseguirsi della routine giornaliera.

 

Flavia Vizzari.

 

 
     

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