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Giuseppe   La  Delfa

 

 

     
 

PUBBLICAZIONI:

 
     
  La vena poetica di Giuseppe La Delfa viene ribaltata all'età di 26 anni, quando, a causa di un amore non dichiarato, scrive la sua prima poesia d'amore in lingua italiana. Da quel momento l'ispirazione lo accompagnerà per sempre.

Nel 1975 a Catania conosce il dott. D'Agata presidente del "Centro Studi Archivio Storico" e pubblica insieme con altri poeti un'antologia delle più belle poesie del secondo '900 e un altro volume: "Il ventennale della società storica catanese".

ha pubblicato diverse opere: Poesie siciliane (1983), Poesie inedite (in lingua italiana, 1985) edite dalla casa editrice Gabrielli di Roma; Proverbi siciliani tradotti in quattro lingue (1984); Proverbi siciliani tradotti in tre lingue (1986) con considerazioni filosofiche e poesie siciliane che esprimono il vero significato della cultura siciliana; Rime siciliane (1989);

 
 

      

    

 

 

Per richieste contattare ai seguenti recapiti:

E-mail:   pladelfa@yahoo.it

 

Tel.: 0931.754955    

  Cell: 3494094788 - 3288456972

 

  Nel 1994, pubblica "Teatro siciliano" trittico dialettale, e ancora "Soprannomi siciliani" (1995), "Peddi di villutu" (2000, poesie in lingua siciliana) e "Tipi siciliani" con prefazione del prof. Santi Correnti (2004).  

   
 

   
     

 

GIUSEPPE LA DELFA …GIORNALISTA  OMNICOMPRENSIVO

Potrebbe essere una sorta di breviario  o un vademuecum che ci accompagnerà in ogni momento della  vita, questo  libro di Pippo La Delfa, senza titolo, ma “ omnicomprensivo”, altamente fotografico.

L’accostamento   agli istituti scolastici attuali , è spontaneo, quasi obbligato , tanto  il testo di 96 pagine della Kromatografica di Ispica, raccoglie  nenie , canti, preghiere , invocazioni, eventi religiosi  di Sicilia di ieri e di oggi, ma anche proverbi  e considerazioni filosofiche,aforismi, scioglilingua, motti e , financo, ninne nanne. Il tutto con buone  immagini doi eventi.

 Insomma c’è tutta una vita narrata e vissuta, offerta al lettore in modo talmente familiare da fare pensare a una sorta di libro delle preghiere giornaliere, visualizzate spesso, che in famiglia si usa  consultare stando vicino alla Radio o sentendo la Tv , e , perchennò, anche mentre la nonna  stira le camicie e le gonne dei nipoti . Questo per dire che sono l’ambiente e il  focolare domestico che colpiscono leggendo il Nostro, giornalista ora di  prossimna  laurea , studi che ha abbracciato con la passione di sempre e con l’animo gioioso e ridente, alla faccia dei mali che affliggono la società di oggi!

 E lui sa che con la cultura e con l’esempio videografico  può sconfiggere anche il male che impera, e lui sa che basta rivolgersi al Cielo per avere la forza di superare tutto quel marcio che giornalmente vediamo sui  marciapiedi, sulle strade, sulle acque del mare e dei fiumi , in montagna o nei campi sportivi.

Dire che La Delfa insegna a vivere,è forse pretendere troppo dai suoi semplici scritti e umani pensieri , però lo stimolo che egli ci dà con questa sua opera minima ma non minore, sintetica ma  alta come  cime montagnose, ci aiuta a scoprire che c’è un altro mondo fatto di credibilità,  semplicità e di tanta passione e fiducia: cose che oggi ci mancano,  che non riusciamo ad avere tutti, mentre ,lui,  Pippo, ce li ha e noi dovremmo emularlo, tanto sono da seguire le sue pagine scritte e, in  buona parte, vissute.

E poi, l’ispirazione è quanto mai bene operante: la buona sorte è auspicata per tutti, nessuno escluso!

di Corrado Cartia.

 

                                                                       

LA SICILIANITA’ IN UN SICILIANO D.O.C. 
 

La forza di un libro di matrice siciliana sta nella sua possibilità di rendersi fruibile ai più senza risultare pretenzioso, ma fissandosi su un livello medio di intelligibilità. Se questo è il senso di un’opera letteraria in lingua dialettale, il libro recentemente uscito dello scrittore ennese di adozione siracusana, Giuseppe La Delfa, poeta vernacolare ed in lingua italiana, per la sua leggerezza ed immediatezza è intelligibile poiché rispettoso di quelle regole.

Trovarsi tra le mani il libro di La Delfa è fare un tuffo nei meandri di una sicilianità che ha un sapore tutto arcaico per la ricerca di nenie, canti, preghiere, invocazioni, orazioni popolari che si trovano nella prima parte del testo, patrimonio di una Sicilia antica, ma che ritroviamo ancora oggi nelle celebrazioni fedeli al passato di molti paesi dell’entroterra di quella moderna che hanno conservato e perpetuato la memoria di cerimonie religiose o di determinate tradizioni e costumi. Il pregio dell’opera sta anche nella ricerca capillare della seconda parte del testo di proverbi che sono patrimonio della nostra nazionalità, ma la lingua vernacolare li rende certamente più vicini alla nostra cultura e ce li fa vivere come nuovi ed inusitati. Il libro è la decima opera dell’autore e nella ricerca del patrimonio di proverbi è al terzo volume, segno che il campo di ricerca di insegnamenti del passato è talmente vasto da richiedere un’ingente mole di lavoro, tempi lunghi di riesumazione e tanta dovizia in questa azione di ricostruzione e di selezione. La traduzione dei proverbi in cinque lingue fa del testo uno strumento ancora più valido e senza dubbio più complesso e laborioso nonché la stesura di considerazioni filosofiche che evidenzia uno spaccato dell’essenza dello scrittore, del suo modo originale di interpretare la realtà. La terza parte del testo contiene aforismi, miniminagghie, scioglilingua, motti, detti, ninne nanne che rappresentano la parte che, a nostro avviso, può fare del libro di La Delfa un testo adottabile nelle scuole e fruibile da una fascia di utenza che attraverso la lettura di espressioni siciliane possa conoscere meglio la nostra lingua, impadronendosi di un patrimonio atavico che fa parte del nostro passato ed in cui s’innestano i canoni della nostra italianità. Il libro si conclude con una serie di foto storiche che rappresentano fotogrammi salienti del percorso di ricerca dell’autore che in giro per la Sicilia negli anni ha immortalato spezzoni di vita popolana e svariati momenti celebrativi. Il desiderio di conservazione della lingua letteraria siciliana è un forte impegno assunto dal nostro scrittore che da anni si prodiga in seno a varie associazioni che hanno lo scopo di ricercare una lingua comunitaria dialettale che inglobi i vari vernacoli delle tante province della Sicilia attraverso un impegno certosino di scoperta, conoscenza, dibattito o, come la nostra migliore tradizione isolana impone, attraverso la rappresentazione teatrale che consenta alla lingua di rivivere e di perpetuarsi.

La presenza nell’opera di La Delfa dei vernacoli di ogni parte della Sicilia nella sua trascrizione fedele, rende il testo completo, vario, articolato, ma scorrevole per la capacità dell’autore di trasferire anche il proprio vissuto, non riducendolo ad una semplice elencazione. La Delfa immette tutta la sua sicilianità, il fervore isolano, frutto di un intenso girovagare per la Sicilia, tutta l’irruenza e l’irrefrenabilità caratteriale che in un continuo transfer ritroviamo nel testo per effetto di amore incommensurabile per la propria terra che fanno dell’opera un pezzo di cielo sereno e di caldo sole nella sicilianità di un siciliano verace. Da questo possiamo dedurre che il testo risulta fluido, leggero, inebriante come un buon vino novello perchè uscito dalle mani di un siciliano d.o.c. 

di Maria Luisa Vanacore.

 

 

 

 

 

 

 

Ho conosciuto Giuseppe La Delfa ...

... quando ho accompagnato l’amica Alda Merini a Messina per ricevere la laurea honoris causa che insieme al Preside Antonino Pennisi siamo riusciti a farle ottenere.

Sembrava una operazione impossibile. Passai tre giorni a Milano tra il mio albergo e casa di Alda.

Appena usciti dall’aereo Alda ebbe un brivido sotto i colpi di un vento impetuoso. E in macchina proruppe in un pianto struggente. Era lontana dalla sua casa e dalla sua quotidianità.

Io cercavo di consolarla: “Cara Alda, che grande persona che sei! Devi essere contenta. Sei nella terra di Quasimodo e qui riceverai l’onore più grande della tua carriera. Noi siciliani ci teniamo tanto”.

Alda mi rispose: “Mi parli di Quasimodo e dei miei amici scrittori come se li avessi conosciuti”. Poi mi chiese l’età e mi apostrofò nervosa e ironica: “Io a trent’anni ero già in manicomio e tu invece sei ancora per strada”. In realtà era una frase piena di sottotesti. Per Alda il manicomio era stata una scuola di formazione e anche una sorta di sigillo alla sua genialità e singolarità.

Nel discorso di accettazione spiegò lei non riteneva scollegate il compimento della sua arte dalla sua vicenda di internata. E finì dicendo: “Se il manicomio ha premiato la mia parte malata, oggi l’Università ha premiato la mia parte sana”.

Di certo il genio di Alda Merini non aveva bisogno della conferma e del suggello della laurea honoris causa. Ma, come ha riconosciuto più volte, nessuna istituzione accademica italiana le aveva dato un adeguato riconoscimento ed era vero che era dovuta venire in terra siciliana, e non a Milano, per essere celebrata e omaggiata dal mondo universitario.

Espressione di questa attenzione tutta siciliana alla poetessa dei Navigli è Giuseppe La Delfa. Oggi è come se Alda me lo ripresentasse non solo come il suo grande fan siciliano, ma nella sua essenza peculiare di uomo e di poeta. Lei conferma la mia impressione su colui che è davvero “persona eletta”, dai sentimenti alti, capace di delicate accensioni creative.

La Delfa non appartiene alla folta schiera di poeti che fanno versi improbabili senza avere nessuna frequentazione o familiarità con i testi della tradizione. Egli è uomo di diffusa erudizione, capace di eleggere con uno speciale istinto i suoi autori priviliegiati.

Spesso la letteratura è il risultato festoso di una lotta fra Titani: la Cultura e il Sentimento. Spesso questi si fronteggiano, si aggirano, si logorano a vicenda. Qualcuno pensa che l’uno debba per forza prevalere sull’altra o viceversa.

In La Delfa questa guerra si trasforma in idillio. Nella poesia Etna il tumulto del fuoco e delle scintille fa la terra fertile. La sabbia nera luccica. I fiori di ginestra sorridono. E un venticello di primavera spira sereno.

Quello stesso vento che anima la poesia alla Principessa di Ripa di Porta Ticinese che si chiude con un sospiro: “Domani ti rivedrò ancora?”. Questo libro è animato da un fanciullesco afflato di affiliazione e di fraternità con gli uomini eletti. Un bisogno sostanziale di accomunarsi al fluire di uno spirito elevato negli uomini.

Mi sono commosso leggendo la poesia dedicata a Ignazio Buttitta. Comincia con Gnaziu il modo in cui gli amici si rivolgevano confidenzialmente al poeta di Bagheria. Nella mia mente è echeggiata la voce della moglie Angelina. Una sera mio padre Rosario portò il suo figliolo di 8 anni nella villa di Aspra. Ci trattenemmo a cena. Angelina preparò del riso col sugo. Mio padre proveniva dal mondo cattolico, era stato collaboratore di Raimondo Manzini, primo direttore dell’Osservatore Romano. Buttitta brontolava contro quella cultura. Se la prendeva anche con Angelina, la cui devozione era consapevole e verace. Ad un certo punto il discorso cadde sul comunismo, sul lavoro, sull’esistenza di Dio. Angelina gli diceva di non esagerare troppo. Lui era duro e non riconosceva spiragli e probabilità. Io mi ero accorto che alcune sentenze di Ignazio non mi convincevano dal punto di vista della razionalità del discorso. Osai intervenire. Ne nacque una disputa seria, condotta sul filo di argomentazioni filosofiche e appassionate. Angelina era meravigliata di come un piccolo esserino di 8 anni tenesse testa al marito così alacremente. E diceva: “Bravu, bravu diccillu tu. Ganzzù! Gnazzù! Ascuta u picciriddu. Avi raggiuni”. Ignazio mi trattò da pari. Né in alcun momento sollevò come argomento il fatto che io ero un fanciullo, anche abbastanza cocciuto, convinto della propria forza dialettica. Quando seppi che era morto andai a Bagheria nella camera ardente allestita al Comune di Bagheria. Salutai la sorella. Ricordai con lei il rapporto tra suo padre e il mio primo maestro accademico Tullio De Mauro.

La Delfa mi ha fatto rivivere queste esperienze. “Domani ti rivedrò ancora?”. Certo. Perché questi uomini vivono nella esemplarità della loro vita e della loro opera.

E così capita che io riveda Buttitta grazie a La Delfa e mi ricordi che non posso separare la forza e il carattere del poeta bagherese dalla tenerezza e della schiettezza della moglie Angelina.

Forza e tenerezza di cui è intrisa la sua poesia.

Andrea Velardi

Docente Linguistica e Psicologia Cognitiva presso l’Università degli Studi di Messina

 

 

 

 

 

 

 

       "Antologia Poetica"

IN MEMORIA DI ALDA MERINI

a cura di Giuseppe La Delfa

 

 
 

 

                                                  

 
     

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